MEDITAZIONE E IMMORTALITÀ
di Giancarlo Barbadoro
Spesso ci capita di chiederci cosa accadrà dopo la nostra morte. Cosa ci sia dopo la vita. Se la vita continua in qualche modo anche dopo la morte.
Sono domande che hanno molte origini. Forse dalla pura curiosità di conoscere il significato più intimo dell'esistenza in cui stiamo vivendo. Forse dalla paura di annullarci in una non esistenza. Forse il desiderio di ritrovare le persone care che ci sono venute a mancare.
Forse la semplice paura di perdere l'occasione di essere vivi.
Ma cosa significa essere vivi? Pensiamo che sia l'essere coscienti di essere, di provare emozioni e sentimenti, di poter interagire con gli altri, di poter partecipare alla vita con la nostra creatività facendo cose che ci danno soddisfazione.
Ma che cosa è la coscienza che ci distingue per esseri vivi e senzienti? Possiamo rispondere che essa riguarda uno stato di essere e di consapevolezza di esistere su un piano di viva e diretta partecipazione allo stesso atto di comprensione.
Però non bisogna confondere la coscienza di sé con il senso di esistenza basata sui ricordi personali o sull'intensità delle emozioni vissute al momento.
La coscienza appartiene ad una qualità interiore di noi stessi che diventa evidente e che possiamo identificare quando non ci sono alterazioni emotive o sensoriali che si frappongano alla sua percezione. Proprio in questa condizione ci rendiamo conto di come ci sia differenza tra una realtà vissuta in maniera inebetita e quella vissuta con piena lucidità di coscienza.
E in questa identificazione troviamo la percezione sensibile di noi stessi, della nostra identità reale posta al di fuori da ogni possibile sovrastruttura etica o culturale.
Dobbiamo ammettere che la percezione di sé in un atto di coscienza non è cosa semplice poiché solitamente noi confondiamo il nostro stato di essere con le emozioni o lo sviluppo del ragionamento del momento.
Se noi viviamo lo stato di coscienza nella sua concreta natura di lucidità interiore ci accorgiamo che possiamo sviluppare ulteriormente altre possibilità esperienziali che non immaginavamo neppure esistessero o che noi ne fossimo capaci. L'universo si manifesta arricchito di altri valori che non appartengono più alla consuetudine ordinaria del quotidiano.
Ma cosa può accadere alla coscienza dopo la morte? Nessuno è mai ritornato per dircelo con sufficiente chiarezza. Possiamo solamente osservare e prendere atto come un individuo che muore diventi una cosa inanimata, una cosa tra le cose, che poco alla volta si autodistrugge in un processo di decomposizione che cancella ogni sua traccia di esistenza.
Ma cosa accada della sua coscienza possiamo solo immaginarlo.
Molte religioni e correnti di pensiero hanno tentato di dare un loro quadro d'insieme al problema del dopo morte. Molte di loro concordanti sul fatto che esista una sopravvivenza dell'uomo dopo la sua morte.
L'ebraismo in un primo momento negò ogni possibilità di questa sopravvivenza, facendo precipitare il defunto in una sorta di nulla eterno; poi dopo il contatto con le filosofie del mondo ellenico ci ripensò e creò una sorta di dimensione di sopravvivenza eterna.
Il cristianesimo dal canto suo, ereditando dall'ebraismo le nuove concezioni, ha associato il concetto di coscienza a quello di anima, un ente astratto che assume le caratteristiche spirituali dell'individuo. Un ente in dualistica contrapposizione alla materia del corpo fisico dell'uomo in grado di percepire ancora dopo la morte emozioni di piacere e di dolore comminate a discrezione di un dio impegnato in punizioni e premiazioni.
Oltre il cristianesimo è oltremodo istruttivo vedere come anche altre cosiddette grandi religioni del nostro pianeta si sono impegnate a creare una immagine di aldilà associato al giudizio di buona condotta dei propri fedeli in vita. Vedasi l'antico Egitto, l'Islam, la religione assira, ecc. Una dimensione all'opposto di quella presentata da quelle culture che non avevano grandi interessi da difendere e avevano una immagine di tolleranza sia della vita che della morte.
Merita inoltre parlare anche del fenomeno dello spiritismo. Da sempre infatti, al di là dei dogmi delle varie religioni e combattuta strenuamente da queste stesse, c'è
stata la credenza di poter parlare con i morti. Nel secolo scorso dilagò la moda dello spiritismo da un continente all'altro e studiosi di ogni genere e livello scientifico si sono dedicati al fenomeno.
Da semplice ricerca lo spiritismo diventò una vera e propria religione basata sulla rivelazione dei morti, un vero e proprio culto dei defunti moderno, che ha tracciato, per parte sua, una minuziosa cosmologia dell'aldilà. Purtroppo, sia a seguito delle censure del cristianesimo che delle manipolazioni orientaleggianti dell'esperienza spiritista, non possiamo avere alcun dato certo e di un qualche interesse scientifico che possa contribuire a darci una risposta al problema del dopo morte.
Recentemente la scienza medica moderna ha esplorato il campo della morte riportando esperienze significative che possono portare un notevole contributo al problema in questione.
E' un classico il lavoro di ricerca del medico statunitense, Moody, sui casi di ritorno alla vita dopo la cessazione delle funzioni vitali dei soggetti. Uomini morti per un attacco cardiaco e poi riportati in vita e persone ritornate dal coma profondo hanno raccontato di esperienze che sembrano confermare una zona di margine di sopravvivenza dopo la morte.
Ma come si può immaginare la sopravvivenza della vita dopo che il corpo, quale supporto della stessa vita, viene a mancare e si distrugge irrimediabilmente per sempre?
Vediamo come il cervello sia uno specifico organo deputato a molte manifestazioni importanti della vita dell'uomo. Esso non solo controlla l'idoneo funzionamento del nostro corpo ma consente la stessa percezione di esistenza che noi viviamo.
Senza il cervello noi non avremmo coscienza di essere e di esistere. La nostra stessa coscienza sembra avere radici da un processo di apprendimento e di esperienza che si sviluppa attraverso le funzioni di questo organo.
Come immaginare allora che dopo la morte del cervello, dopo che le sue cellule si sono decomposte e gli schemi neuronali che hanno rappresentato i nostri parametri di vita si sono dissolti, si possa ancora esistere e mantenere uno stato percettivo di coscienza?
Ciò sarebbe possibile solamente se si potesse dimostrare che la coscienza, sebbene si formi attraverso le strutture cerebrali del cervello, non sia legata alle funzioni dello stesso cervello.
Qui la scienza medica si ferma poiché non ha strumenti in grado di verificare o meno la veridicità del fenomeno. Intervengono dal canto loro le filosofie e le religioni, ma le loro asserzioni sono basate su delle speculazioni concettuali non verificabili. E quando subentrano i dogmi si può verificare ancor meno.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che al di là di quanto possono dire le strutture storiche, l'individuo possiede una sua facoltà diretta di sperimentare una verifica.
Una facoltà che può essere supportata dall'esperienza della meditazione. Infatti grazie ai parametri diretti ottenuti attraverso la meditazione si è in grado di poter affrontare, sperimentalmente, il problema della morte e di ottenere dei dati che possono portare ad una maggior chiarezza del problema.
Non va dimenticato che la meditazione è un laboratorio di esperienza personale in grado di consentire all'individuo l'accesso alla soluzione di molti problemi della sua esistenza. La meditazione infatti non è una invenzione umana, essa rappresenta un fenomeno esistente in natura che l'uomo può utilizzare secondo il proprio bisogno personale. Un dono dell'esistenza che vuole ricordare ad ogni creatura vivente che non si è soli e abbandonati nella molteplicità fenomenica dell'universo.
L'esperienza della meditazione ha portato ad identificare nell'uomo una dimensione ternaria distinta in tre piani esperienziali di corpo, mente e spirito, o coscienza, e a osservare l'interferenza involutiva verso la coscienza rappresentata dalla soggettività dei fenomeni fisici e mentali.
In questa prospettiva la dottrina della meditazione pone il postulato che, per poter
ottenere l'emersione dello stato di coscienza reale, occorre prima tacitare il corpo e la mente. Il metodo stesso della meditazione di base porta alla esclusione dell'interferenza delle attività corporee e mentali al fine di consentire alla parte cosciente di emergere libera dai vincoli sensoriali e concettuali.
Nella pratica della meditazione si osserva pertanto che quando la coscienza emerge essa non ha più riferimento con il corpo e la mente e quindi con le funzioni cerebrali, anzi essa si trova a vivere una dimensione esistenziale completamente nuova che è riconosciuta per quella ordinariamente vissuta.
Il cervello è sorpassato. In questa occasione con l'EEG si registrano le onde theta, quelle che dicono che il cervello è spento, e che si manifestano in caso di gravi lesioni irreversibili. Eppure durante l'esperienza meditativa il cervello non viene danneggiato. Viene semplicemente spento, l'individuo continua ad esistere e il suo stato di coscienza è addirittura superiore all'ordinario.
Una esperienza accessibile a tutti coloro che intendono sperimentarla. E' sufficente infatti utilizzare il supporto della musica del vuoto per rendersene conto.
E' dimostrato dalle rilevazioni fatte con l'EEG su soggetti in stato di meditazione con la musica del vuoto che la manifestazione delle onde theta non corrispondono alla perdita di coscienza del soggetto, bensì all'ottenimento di una maggiore lucidità e consapevolezza.
Questa osservazione diretta e sperimentabile in prima persona da chiunque pratichi la meditazione porta a constatare che la vita può esistere e continuare anche dopo la tacitazione delle funzioni vitali del cervello.
Se ciò è vero si può pensare legittimamente che esista la possibilità di una evoluzione che continua anche dopo la morte quando il cervello cessa di funzionare, e che conferma il decesso clinico del soggetto.
Certamente l'esperienza della meditazione non è una esperienza consueta nel quotidiano. Ma non mancano le contraddizioni più che mai evidenti, se le si vuole vedere...
Ad esempio valutiamo il comportamento clinico del cervello qualora sia privato della giusta quantità di ossigeno. Il soggetto perde progressivamente le sue capacità di percezione cosciente e giunge allo svenimento. Siamo abituati all'ovvietà del fenomeno, eppure non mancano casi di ricercatori che con tentativi empirici di deprivazione sensoriale sul corpo e sulla mente hanno dimostrato il contrario.
Un esempio interessante è costituito da quegli scalatori di montagne che cercano di raggiungere la cosidetta "zona della morte", una quota di altitudine dove la scarsità di ossigeno, che acquieta le funzioni del cervello, abbinata alla stanchezza fisica, che
acquieta quelle del corpo stremato, porta ad una sorprendente lucidità interiore.
Una importante osservazione è quella relativa al fatto che ordinariamente in uno stato di privazione di ossigeno si sviene poiché non c'è consapevolezza, mentre nell'esperimento della montagna essa è l'elemento importante e determinante che sottrae lo scalatore allo svenimento e al deliquio consentendogli al contrario la liberazione della coscienza dalla prigione del riferimento fisico e mentale.
E' un po' come quando ci mettiamo a letto e ci rilassiamo. Se non attiviamo la nostra consapevolezza ci addormentiamo di colpo, soggiogati da catene associative di pensiero che ci portano allo stato di percezione onirica. Se al contrario al rilassamento accompagniamo l'attivazione della nostra consapevolezza ecco che acquisiamo una lucidità interiore inaspettata e non ci addormentiamo per nessun motivo.
Tutto porta a dimostrare come il decadere dell'attività biologica del cervello, e quindi del corpo e della mente, non significhi necessariamente il decadere dell'attività cosciente.
Anzi, tutto porta a dimostrare che il decadere dell'attività cerebrale porta proprio all'ottenimento di uno stato di coscienza e addirittura al suo rafforzamento. Ovviamente alla precisa condizione che sia già stato attivato un processo di consapevolezza, in caso contrario in effetti tutto implode e si annulla con la chiusura delle attività cerebrali.
Tale considerazione può portarci a dare un senso diverso alla nostra esperienza di vita ordinaria. Si rende evidente che la morte, cioè il sopravvenire della effettiva tacitazione del corpo e della mente, non rappresenta necessariamente la fine di tutto e che possiamo comunque sopravvivere ad essa.
E' chiaro che noi stiamo vivendo in un preciso fenomeno che manifesta un atto di evoluzione che ci porta da qualche parte oltre i confini della nostra comprensione, verso un mistero, lo stesso mistero che ha determinato che esistesse il nostro universo.
Tutto ciò ci conduce a riflettere sulla natura intrinseca dell'universo stesso, che rivela di possedere in sé questa misteriosa potenzialità evolutiva che, evidentemente, c'era già prima del big bang. Ovvero che potrebbe esserci un preciso scopo che ha voluto e accompagnato la nascita dell'universo...
Non possiamo non chiederci pertanto quanto sia necessario realizzare uno stato di consapevolezza prima di affrontare l'esperienza della morte, al fine di risvegliarci ad una nuova dimensione di vita invece di correre il pericolo di "addormentarci" per sempre in una non esistenza.
Ma è veramente necessario far emergere la parte spirituale nel corso della propria vita, prima di morire, o è sufficente attendere la morte come evento di sollecitazione evolutiva naturale vivendo alla giornata senza preoccuparci oltre...?
Messner, uno dei rocciatori in questione, sperimenta la zona della morte. Ai limiti delle sue funzioni cerebrali il cervello tende a limitare al minimo indispensabile le sue attività, ma l'individuo non vede spegnere la sua coscienza anzi questa emerge più attenta e armonica di prima. Egli cerca di ottenere empiricamente ciò che la tecnica della meditazione consente di realizzare in maniera funzionale: attraverso la stanchezza fisica della faticosa salita in vetta egli porta alla deprivazione sensoriale il proprio corpo; con la mancanza di ossigeno di quell'altitudine egli porta ad una drastica riduzione le attività cerebrali. La sua coscienza si trova ad essere libera dai vincoli del corpo e della mente.
Tuttavia chi ci assicura che si riesca a fare altrettanto in un momento traumatico come quello della morte, dove una mente attaccata al soggettivo del vissuto quotidiano cercherebbe di aggrapparsi al visibile per mantenere un legame con una dimensione conosciuta?
In ogni caso far emergere la parte cosciente fuori dalla mente è una esperienza che possiamo realizzare comunque e subito, prima di affrontare la prova estrema della morte. Perché esporci al rischio di un possibile insuccesso?
Potrebbe addirittura essere che la qualità coscienziale del distacco dalla mente sia una condizione necessaria stabilita dalla natura per il buon esito della propria evoluzione dopo il trapasso. Ciò significherebbe che una esperienza conosciuta e sperimentata in questa dimensione di vita potrebbe facilitare l'eventuale cammino evolutivo nel dopo morte.
E se ciò è vero allora è più che mai evidente che dobbiamo usare la meditazione per attuare l'evoluzione del nostro stato percettivo di coscienza, il piano spirituale, in questa dimensione di vita, senza attendere il verificarsi di eventi che non conosciamo.
Forse, altrimenti, si rischierebbe di diventare inutile spazzatura cosmica. Degli sfridi di un processo evolutivo di cui non avremmo approfittato per vivere veramente la vita nella sua realtà effettiva.
NEC news febbraio 94