RITORNO A TCHKA'-SHAN
Al centro della grande spirale
di Rosalba Nattero
La prima cosa che colpisce venendo negli Stati Uniti è l'impatto con la cultura americana.
Per chi viene qui con intenti non solo turistici, ed è un minimo sensibile alle situazioni sociali oppressive, l'incontro può essere traumatico.
Gli Stati Uniti sono dipinti dalla cultura dell'ovvio come un mondo dorato dove la gente vive il "sogno americano" nel benessere e nella libertà. In realtà gli Stati Uniti appaiono come un grande campo di concentramento, un paese occupato dove vige un clima poliziesco e in cui il "sistema" induce il singolo a non pensare, a non avere altre aspirazioni che il successo personale e il guadagno, a non vedere al di là del proprio naso. Una prigione dorata con un controllo capillare sui detenuti. E questo clima è continuamente ricordato dalle sirene della polizia che ululano in continuazione, giorno e notte, per non far dimenticare il controllo che costantemente preme sul cittadino, da trasmissioni televisive che quotidianamente mostrano i metodi poco ortodossi della polizia verso la gente comune, dagli assurdi e inutili limiti di velocità che intorpidiscono la mente di chi guida, dall'inesistente informazione dei media, ecc.
La sera del nostro arrivo qui, guidando verso casa, per il solo fatto di aver accostato la macchina qualche minuto per controllare il percorso, siamo immediatamente stati investiti dal fascio di luce di uno dei tanti elicotteri che pattugliano la città di notte.
Non essendo la prima volta che venivamo negli States, eravamo preparati all'impatto; e del resto la cultura americana era l'ultimo dei nostri interessi. Chi infatti non fa parte dell'obiettivo della repressione può godere dei vantaggi di questa prigione dorata: il comfort che contraddistingue la vita quotidiana negli USA costituisce una comodissima base per le nostre ricerche.
Anche Tucson non era una novità per noi, eppure nonostante credessimo di aver già scoperto il lato più intimo del posto, questa città ha voluto stupirci facendoci capire che sono ancora molte le sorprese che può riservare.
Tucson è una città molto particolare; a prima vista sembra una tranquilla cittadina del sud-ovest americano, come ce ne sono a centinaia. Secondo una caratteristica delle città americane, Tucson è una enorme periferia senza un centro-città; anzi, il paradosso per noi europei è che più ti avvicini al centro e più hai l'impressione di essere in periferia, e questo vale anche per città molto più grandi come Los Angeles.
Ma basta poco per rendersi conto che il luogo è tutt'altro che banale: basta infatti imboccare la Speedway, un'arteria principale, per trovarsi in pochi minuti in pieno deserto. E qui si comincia ad avvertire il primo contrasto tra la cultura che si è impadronita del posto e la forza selvaggia della natura sottostante.
Tucson sembra un insediamento umano che si è ricavato un piccolo spazio su un pianeta selvaggio e indomabile; la natura si esprime qui in modo così violento da sopraffare qualsiasi tentativo di addomesticarla, e questo vale un po' per tutto il continente americano: gli Stati Uniti sono flagellati annualmente da trombe d'aria, uragani, terremoti, alluvioni, nevicate che paralizzano le città, eventi che spesso mettono in ginocchio interi stati. Come se questa terra non fosse per niente soddisfatta di chi se ne è impadronito.
In Arizona questa forza indomita si rivela in tutta la sua potenza in un modo che può essere sconvolgente: sembra di essere atterrati su un altro pianeta, forse su Marte, il pianeta rosso. Il primo tramonto a cui si assiste dopo l'atterraggio è un'esperienza indimenticabile: tutto, ma proprio tutto, si tinge di rosso fuoco e per circa mezz'ora dopo che il sole è scomparso all'orizzonte il cielo sembra uno scenario incantato con colori vivissimi che cambiano continuamente. E l'effetto è reso ancora più suggestivo per via degli immensi spazi di questo panorama desertico dove lontano all'orizzonte si vedono le sagome dei canyon e dei mesa. Uno spettacolo che toglie il fiato.
E' una terra strana, questa; all'inizio può perfino creare una specie di sgomento: sembra di doversi quasi far accettare dal posto. Il potere di Gaia si manifesta così violentemente che viene istintivo, e diventa prioritario, fermarsi e cercare di stabilire un rapporto con lei; e chi non vi riesce fatica a trovare pace.
Tucson è una città particolare, dove la gente viene per una vacanza e poi non va più via. La popolazione cresce continuamente, e il tasso di mortalità e di malattia pare sia il più basso di tutti gli Stati Uniti.
Un nostro amico scrittore, di San Francisco, ci racconta che è venuto a Tucson 5 anni fa per starci un mese e non è più andato via, non sa nemmeno lui perché. Si attribuisce questo fenomeno al clima, il più salubre e temperato degli States; in effetti è piacevolissimo, in febbraio, girare in maglietta o fare il bagno in piscina di notte, sapendo che nel resto dell'America (e pure in Europa) c'è freddo e gelo..... ma la spiegazione non può essere tutta qui.
La storia di Tucson è antichissima e controversa.
Soprannominata "Old Pueblo", "vecchio villaggio", Tucson è la più vecchia città dell'Arizona. Prima della venuta degli invasori spagnoli, il luogo era abitato dai Tohono O'odham (il popolo del deserto), una tribù pacifica e avanzata culturalmente che discendeva direttamente dai mitici Anasazi.
I Tohono O'odham, chiamati dai bianchi Pima o Papago, vivevano nella zona da secoli, stabilmente sistemati con villaggi formati da edifici in pietra, secondo la cultura dei Pueblo, e si dedicavano all'agricoltura grazie alle irrigazioni d'acqua del fiume Santa Cruz, oggi completamente in secca perché interamente assorbito dai bisogni idrici di Phoenix, la città capitale dell'Arizona che si trova a circa 200 chilometri più a nord.
I Tohono O'odham avevano alle spalle una solida tradizione che ricevettero dagli Anasazi ("gli Antichi"), il popolo che "scomparve nel nulla" e che ha lasciato dietro di sé una serie infinita di punti interrogativi.
Il perno della tradizione dei Tohono O'odham era la matrice religiosa, ma questa cultura si esprimeva anche con una variegata espressione sociale fatta di strutture collettive, usi e costumi. Lo sciamano era il riferimento non solo spirituale ma anche sociale della comunità e il luogo dove avveniva la sua formazione era meta di pellegrinaggi e sede per le più importanti celebrazioni religiose.
L'esistenza dei Tohono O'odham era tutto sommato tranquilla e serena, nonostante le continue razzie degli ostili Apache, meno autonomi a causa delle convinzioni religiose che impedivano loro di coltivare la terra, e più portati al conflitto per ragioni di sopravvivenza.
Ma la minaccia degli Apache era niente al confronto di quello che successe con l'arrivo degli spagnoli. Dal 1500 in poi l'esistenza dei Tohono O'odham fu sconvolta e ciò che accadde dopo portò alla completa distruzione di quell'importante e avanzata cultura.
Un primo tentativo di invasione fu fatto dagli spagnoli nel 1550, ma la reazione degli indiani fu così ostile che gli invasori si scoraggiarono e lasciarono il luogo. I gesuiti furono molto più determinati e intrapresero con gli indiani un conflitto che durò più di un secolo, ma che portò al successo la loro "missione".
L'operazione fu condotta con metodo scientifico e secondo una prassi che venne usata con tutte le tribù dei nativi: distruggere il cuore della comunità e sostituirsi come riferimento religioso.
E qual'era il cuore della comunità se non il magistero sciamanico che ne conservava la tradizione?
Padre Cini, ricordato come "padre Kino", un gesuita italiano di origini austriache, che vantava già la distruzione di diverse comunità indiane dell'attuale California, fu l'artefice dell'operazione.
Quando approdò a Tucson nel 1697, secondo il suo memoriale, vi vivevano 800 indiani in 177 edifici.
Kino decise di fondare la sua principale missione in Arizona, nel piccolo villaggio di Bac, a 9 miglia a sud di Tucson. Kino scelse Bac perché era il luogo sacro dove avveniva il training di formazione spirituale dei medicine-men delle comunità Tohono O'odham. I missionari cattolici sceglievano spesso, per le loro chiese, luoghi sacri degli indiani: questo li autorizzava a sopprimere le religioni dei nativi e permetteva di trarre vantaggio dai loro pellegrinaggi.
La resistenza dei nativi fu forte, ma a nulla valse contro i metodi e la determinazione dei gesuiti. Sappiamo tutti a quale tipo di oppressione le nazioni indiane furono sottoposte: le loro tradizioni e i loro riti furono oggetto di persecuzione; la loro lingua originale fu messa al bando; gli sciamani furono sistematicamente sterminati; i bambini venero tolti ai genitori e messi in campi di concentramento per far loro dimenticare la cultura di provenienza; agli adulti veniva praticata la sterilizzazione forzata. La tradizione indiana andavano soppressa con ogni mezzo.
Il disegno dei coloni era chiaro: far dimenticare in poche generazioni una cultura che avrebbe minato, col suo esempio, le basi di quella che si voleva impostare nel "nuovo mondo". Una cultura che poteva costituire un'alternativa alla morale repressiva impostata dalla chiesa era chiaramente pericolosa e sovversiva. Gli indiani vivevano in clan, rispettavano gli animali e la terra, non avevano il senso del peccato, rispettavano l'individualità, la loro religione era basata sull'armonia e non sulla paura, non avevano dogmi...erano chiaramente pericolosi. Andavano distrutti. E così fu.
Oggi, a Tucson non si vede più un membro della comunità Tohono O'odham. I pochi rimasti vivono nella riserva di San Xavier del Bac, dove troneggia la chiesa che rappresenta il successo della missione di padre Kino. La chiesa attuale non è quella originale, anche se questo dato non compare nelle guide turistiche. Questa è la terza: i primi due tentativi furono fatti cento metri più a nord, dove sorge una collinetta che era il luogo sacro degli sciamani, ma entrambi gli edifici furono distrutti a causa di "misteriosi incendi". Almeno in questo le cose andarono male per i gesuiti, e sulla collinetta oggi compare solo l'immancabile croce.
L'edificio è un raro esempio di bruttezza architettonica, molto kitch sia negli esterni che negli interni. I due campanili, diversi tra di loro, testimoniano l'influenza massonica della costruzione, non si sa se per distrazione dei gesuiti, troppo impegnati a difendersi dagli indiani, o per una sorta di connubio; ancora oggi all'interno delle cupole, si possono trovare delle frecce conficcate e dei fori di pallottola.
Tutt'intorno alla chiesa è una desolazione: gli indiani rimasti vivono in miseria, abbruttiti dall'alcol, senza prospettive. Una cultura evoluta e civile è stata distrutta in poche generazioni e i legittimi abitanti di Tucson sono stati estromessi dalla loro terra.
E tuttavia....
La cultura indiana è tutt'altro che morta. Girando per questi posti si ha la netta sensazione che qualcosa di molto importante venga nascosto agli occhi dei più; del resto, Giancarlo ed io abbiamo potuto verificare con i nostri occhi che non tutte le scuole sciamaniche dei nativi sono state distrutte: e come per i Druidi, c'è chi ha saputo prevedere, chi non si è fidato delle apparenze e della parola dei bianchi. Questi filoni sopravvissuti, come è immaginabile, mandano avanti una tradizione molto segreta e nascosta. E usano i loro posti sacri sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno se ne accorga.
Proprio nella riserva dei Tohono O'odham abbiamo avuto modo di accorgerci che gli indiani hanno saputo nascondere le loro tradizioni dietro un'apparente vita da miserabili. Siamo entrati in contatto, "casualmente", con un indiano che, sempre "casualmente", ci ha mostrato un luogo preziosissimo sia per noi ricercatori che per la loro tradizione.
Sotto gli occhi di tutti conservano un loro luogo sacro rimasto incontaminato: un cratere vulcanico zeppo di tesori inestimabili. Immaginate la nostra meraviglia nel trovare, concentrati nel raggio di qualche chilometro, coppelle, petroglifi con immagini simboliche, cerchi di pietre, reperti preistorici a centinaia, insediamenti Anasazi e alla base della collinetta, dulcis in fundo, una medicine-wheel costituita da pietre e perfettamente conservata. Insomma, un vero tesoro.
Come sono riusciti a conservarlo? E perché mostrarlo proprio a noi?
Le domande che ci possiamo porre sono tante. Ad esempio: dov'è finito il popolo del deserto? E' stato sterminato o ha saputo nascondersi e mischiarsi abilmente in mezzo alla popolazione?
E ancora: al centro di Tucson, nella down-town, c'è un posto particolare, in un giardino di un parco qualunque, dove ogni tanto si può assistere ad una scena insolita: un giovane dai lineamenti indiani con aria dignitosa e fiera, esegue la sua meditazione dinamica in tutta tranquillità, dopodiché se ne va, calmo e straripante energia.
Cosa si nasconde in quel sito? C'è un'analogia con quegli aborigeni australiani che si radunano a far meditazione in un tal supermercato perché quel posto corrisponde ad un loro luogo sacro?
Tucson, dicevamo all'inizio, è una città particolare. Quando si viene qui si fa fatica a lasciare la città, anche se per pochi giorni. Se ci si lascia andare al morbido rapporto quotidiano con il posto, fatto di momenti passati nella veranda di una delle tante e comode casette americane, tra un'escursione e l'altra, a riflettere e ad assaporare il luogo, con la brezza che ti accarezza dolcemente, o, di notte, a guardare incantati un incredibile cielo stellato... è difficile rendersi conto di dover prima o poi andare via.
Tucson è particolare perché sorge su un luogo particolare. L'accanimento con cui questa città, nella storia, è stata contesa sembra dimostrare che in Tucson sia nascosto un segreto.
La città è sorta attorno ad un centro che oggi corrisponde alla down-town, dove sorgeva l'antico villaggio principale del Popolo del Deserto.
In quella zona, ed in un punto particolare, esiste una strana forma di energia, la stessa da cui attinge l'indiano nella sua meditazione. In quel punto, ma il fenomeno si estende anche a tutta la città, si ha l'impressione di venire risucchiati da un vortice e si possono provare stati percettivi fuori dall'ordinario.
Il fenomeno dei vortici di energia è noto in Arizona, non solo per la cultura New Age che ha lanciato i "vortici di Sedona". Ricercatori di ogni genere hanno cercato di dare una spiegazione allo strano fenomeno che porta a miracolose guarigioni, a stati di trance, e altri effetti particolari. Da tutti gli stati americani persone afflitte da disfunzioni di ogni genere vengono in Arizona con la speranza di essere miracolate da un "vortice" e nella stragrande maggioranza dei casi ciò avviene; si potrebbe parlare di suggestione, a maggior ragione trattandosi di americani. Eppure...
Se consideriamo che Gaia, il nostro pianeta, è percorso da meridiani e punti energetici, i vortici potrebbero essere i luoghi di accesso a tali punti. Questo spiegherebbe perché in determinati luoghi del pianeta si verifichino fenomeni di guarigioni spontanee e altri effetti particolari.
Quelli che chiamano vortici sono in pratica i punti di contatto con il potere tellurico del pianeta; centri da cui si sprigiona una enorme energia, chiamata vortice per il suo movimento a spirale; punti che, se attivati nel modo giusto, possono rivelarsi di una potenza straordinaria.
Esistono vortici di varia intensità: in alcuni luoghi la potenza è così grande da risultare pericolosa. I vortici del Grand Canyon mietono vittime tutti gli anni: chi non conosce il fenomeno o lo affronta con scetticismo rischia di venire risucchiato dall'energia proveniente dal Canyon, e di perdere l'equilibrio cadendo nel vuoto, come spesso, purtroppo, succede.
Il vortice di Tucson è stato nel lontano passato oggetto di studi e meta di pellegrinaggi da parte di molti popoli oggi scomparsi. Il fenomeno qui è speciale perché coinvolge una zona incredibilmente vasta: col suo movimento a spirale, il vortice si sprigiona da un punto preciso e coinvolge l'intera città e i suoi dintorni, con effetti benefici su chi vi abita. Il vortice di Tucson inoltre è significativo perché l'energia di cui è portatore ha delle caratteristiche diverse dagli altri vortici: è un'energia particolarmente dolce, se pur possente; non traumatica, come un massaggio che accarezzando rivitalizza e dà benessere. Una forma di energia che, se usata nel modo giusto, può avere degli effetti straordinari...
Gli antichi abitatori del posto sapevano bene queste cose, tanto che fondarono i loro villaggi in tutta la zona toccata dalla grande spirale.
E' probabile che alcune tribù del sud-ovest, come i Tohono O'odham o i Pueblo, abbiano conservato tale conoscenza.
Il "vortice" di Tucson, nel passato, deve essere stato piuttosto famoso, viste le contese che ha provocato. La città è stata teatro di conflitti di ogni genere tra le fazioni più diverse: indiani di varie tribù, messicani, spagnoli, gesuiti, tutti la volevano per sé quasi come se vi fosse nascosto un tesoro.
Ma il tesoro nascosto di Tucson forse non è da vedersi solo in termini di vortice di energia. Per capire la natura segreta di questa città dobbiamo risalire ad un lontano passato, che oggi è solo leggenda, ma che gli indiani che abitavano questi posti ricordano bene.
Nelle antiche leggende indiane si parla di un dio sceso dal cielo e atterrato rumorosamente nel nord dell'Arizona (il posto ve lo lascio immaginare). Questa divinità attirò l'attenzione delle popolazioni che abitavano nei pressi e a seguito di questo incontro fondarono una civiltà evoluta e mitizzata dalle tradizioni dei nativi. Una civiltà che doveva conoscere molto bene i luoghi sacri di Gaia dal momento che fondò tutti i suoi insediamenti vicino a vortici, scendendo verso sud-ovest e percorrendo le terre che poi sarebbero state degli Hopi, dei Navajo, dei Pueblo e così via, e facendo doni alle comunità che trovava sul suo cammino. Ma qual'era questa civiltà? Erano i mitici Anasazi, o un popolo ancora precedente? E quali erano le loro sembianze?
A giudicare dai petroglifi preistorici trovati presso gli insediamenti Anasazi, nella cultura di questo popolo c'è il ricordo molto vivo di una cultura precedente, una civiltà costituita da esseri di sembianze non umane. Sono ricorrenti anche disegni che raffigurano macchine volanti e esseri antropomorfi con abiti che ricordano le tute degli astronauti. Con chi erano in contatto gli Anasazi? E che cosa hanno visto?
E soprattutto, a cosa è dovuta la loro repentina scomparsa, che rappresenta un mistero per gli archeologi?
Le leggende parlano di un mitico popolo, precedente alle nazioni indiane, che scese dal nord dell'Arizona e si insediò nel sud-ovest.
In quella zona nacquero numerosi villaggi, ma soprattutto nacque una città che anticamente portava il nome di Tchkà-shan. Questa città sorgeva dove si trova l'attuale Tucson.
Tucson è stata chiamata con vari nomi, ma l'antico nome indiano è "Tchkà- Shan; e ancora oggi, stranamente, il nome "Tucson" viene pronunciato "Tusshan", una pronuncia che non ha niente di americano.
Va notato che "Tchkà-Shan" nell'antico linguaggio shannar significa letteralmente "l'esperienza dello shan". Cos'ha dunque in comune questa città con quel mitico popolo che eresse i primi megaliti e tramandò la tradizione dello sciamanesimo solare? Esisteva dunque anche qui, come in molti posti del nord Europa, una scuola iniziatica precedente agli indiani?
Un magico filo sembra legare posti diversi e lontani tra loro; del resto, a giudicare dalle coppelle e dai graffiti che si trovano intorno a Tucson, molto simili a quelli trovati sul Musiné, si direbbe che la mano sia la stessa.
Forse in comune hanno un mitico passato, forse Gaia nel suo sottosuolo conserva dei collegamenti invisibili... o forse il mitico Graal è dove nessuno ha mai pensato di cercarlo.
NEC news aprile 94